Quando il mare salva e consola

Il mare dentro

di Ramona Aloia

La barca di carta galleggia per qualche secondo sull'acqua prima di ribaltarsi da un lato e colare a picco. È la terza che costruisco e guardo affondare inerme. Come se la volta dopo potesse essere quella giusta, come se non fosse di carta, come se non fosse inevitabile che finisca per accartocciarsi su se stessa e scomparire.

Nala ogni giorno mi chiede di portarla al mare. La spiaggia è solo a dieci minuti, ma io le ho proibito di avvicinarsi.

Odio il mare.

Quel suo andare e tornare instancabile.

Quei granellini di sabbia si insinuano nei pensieri, li sporcano, poi arriva un'onda e invade tutto. Come la mia vita, inghiottita dal mare.

Non come la tua, che nel mare ti ci bagni i piedi, ti fai un tuffo di pancia, ti rinfreschi, ridi e scherzi con gli amici. Poi ti siedi sulla riva a fissare l'orizzonte, respiri profondamente l'aria pregna di sale e le concedi tutti quei pensieri negativi sul tuo capo arrogante e sul tuo compagno che non ti dà le attenzioni che vorresti.

E poi, ancora tu, che ti costringi a cuocere al sole per avere un'abbronzatura perfetta e poi passi ore a farti centinaia di selfie a cui adattare un aforisma di Bukowski sul senso della vita che si abbini al tuo nuovo costumino striminzito.

Ovvio che ti piace il mare.

Quell'azzurro così chiaro, trasparente, che pare non nasconda nulla.

Ma ti sbagli. Lui nasconde tutto il mio dolore.

Si è preso mio marito e adesso lo tiene con sé, prigioniero da qualche parte. Se l'è preso come se fosse stato sempre suo, come se gli spettasse di diritto.

E allora ho deciso: quel mare non toccherà mai più i miei piedi, non bagnerà più la mia pelle, nemmeno i miei pensieri.

Oggi Nala mi ha chiesto il permesso di andare in spiaggia con le sue amiche visto che io non voglio andarci. Alla fine ho acconsentito, anche se controvoglia.

Lei sa che suo padre è morto insieme a centinaia di persone su un gommone mentre tentava di raggiungere la terraferma, eppure, lei non lo odia, il mare. Vorrei sapere come fa.

La porta si apre e la vedo avvicinarsi correndo, con i capelli arruffati e la sabbia ancora attaccata alle caviglie.

«Mamma, ho fatto un sacco di tuffi!»

Le tolgo lo zaino dalle spalle.

«Dovresti venire anche tu, ti piacerebbe! Se hai paura di nuotare posso prestarti i miei braccioli!»

Non rispondo.

Vedo il suo viso incupirsi e illuminarsi subito dopo. «Ho una cosa per te.»

Apre la cerniera dello zaino, rovista con la testa dentro. Quando riemerge, nelle manine tiene una decina di conchiglie di varie dimensioni, tutte colorate.

«Ti piacciono?»

«Grazie» non riesco a dire altro.

I suoi occhi si spalancano di nuova luce. «Mamma, senti anche tu, c'è il mare dentro!»

Mi rendo conto solo in quel momento di quanto la morte di mio marito mi abbia inaridito i sentimenti. Nala lo capisce dal mio sguardo, ma non si dà per vinta. Prende una delle conchiglie, la più grande. Entra a mala pena nel palmo della sua mano. È marroncina chiara con delle strisce bianche, sembra quasi dipinta. La poggia sull'orecchio destro. Ha l'aria concentrata, come se stesse in attesa.

I suoi occhi si spalancano di nuova luce. «Mamma, senti anche tu, c'è il mare dentro!»

Mi porge la conchiglia mentre continua a saltellare per l'eccitazione.

La poggio sull'orecchio imitando i suoi stessi movimenti. Dopo pochi secondi arriva un suono lontano. Istintivamente chiudo gli occhi e vedo un'enorme distesa blu. Il mio respiro ha preso il ritmo delle onde, poi tutto diventa buio e vedo il viso di mio marito che implora il mio aiuto. Allontano la conchiglia come se scottasse. Nala smette di saltellare e mi guarda con la testa inclinata di lato, i riccioli neri le ricadono sul viso.

Forse la mia reazione è stata davvero fuori luogo perché stavolta mi strappa con uno scatto la conchiglia e si allontana. Sento il rumore della porta sbattere violentemente e ho un sussulto. Mi vergogno di me stessa. Vorrei correre a chiederle scusa, dirle che la sua mamma ha apprezzato tantissimo il suo gesto, che le conchiglie sono bellissime, ma so che non mi crederebbe.

Rimango qualche secondo immobile, fisso i resti della barchetta di carta dentro il lavandino ormai diventati una poltiglia.

La mano di Nala arriva silenziosa a ricordarmi che non sono sola, che con lei non lo sono mai stata.

«Sai, mamma, quando mi tuffo in mare mi sembra che papà sia lì a guardarmi. Se ti manca, forse, è lì che dovresti cercarlo.»

Per un momento vorrei essere io a scappare, a rifugiarmi nella cameretta sbattendo la porta e urlare che no, non voglio, non voglio ricordare. Ma lo sguardo di Nala mi risana, lei così grande accanto a me, così fiera, così sicura, mi sembra un porto, un porto dove attraccare le mie insicurezze. La stringo forte, ricordandomi di quante volte siano i figli a salvare i genitori e ringraziandola per averlo fatto anche stavolta.

 Guardo fuori dalla finestra. È quasi sera, il sole sta portando via tutti i suoi colori, ma non importa. Devo farlo. Per me, per lui. Per Nala.

Mentre mi preparo sento l'agitazione assalirmi, ma ormai gliel'ho promesso, andiamo a vedere il tramonto in spiaggia.

Dieci minuti e siamo arrivate.

Ora che lo vedo, il mare, che gli sono davanti, lo vedo diverso, fermo, come in attesa. È così calmo che ho l'impressione che voglia chiedermi scusa. Nala mi prende la mano e mi tira in avanti. Sembra che abbia capito che ho bisogno di un'ulteriore spinta. Mi tolgo le infradito e proseguo a piedi nudi sulla sabbia bagnata. È morbida e tiepida e accoglie i miei passi con delicatezza.

Rimango immobile, nel punto dove sono sicura che l'acqua non riesca a raggiungermi. Dal nulla, vedo un'onda più grande formarsi in lontananza e arrivarmi incontro con forza, fino a bagnarmi i piedi. È come se mi avesse chiamata, come se mi avesse chiesto di avvicinarmi.

Cedo a quel tocco così familiare, continuo a camminare guardando il sole che muore all'orizzonte. Entro in acqua con tutti i vestiti. Mi immergo completamente, e finalmente piango.

Non è il mare a dovermi chiedere scusa, l'ho capito solo adesso che mi culla, che mi rassicura, che mi lava, che mi consola.

Non è il mare la colpa.

 

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